La biografia

Angelino, piccolo angelo, nome scelto dal caso, o meglio da un impiegato dell’anagrafe che svogliatamente, ma con l’autorità di cui ai tempi godeva chi lavorava in Comune, ha deciso che nello stesso paesino di campagna non potevano esistere due bambini con lo stesso nome e cognome. Fu così che nel 1946 a Bargnano, piccolissimo centro della bassa bresciana, esistevano un Angiolino Sanzeni e un Angelino Sanzeni. Chi l’avrebbe mai detto che quell’arrogante impiegato che sceglieva i nomi dei bambini al posto dei genitori ci avrebbe proprio azzeccato? Sì, perché adesso, a più di mezzo secolo di distanza, Angelino crea con le sue mani, con l’aiuto della natura e dell’esperienza artigiana, tanti piccoli angeli, tra i suoi soggetti preferiti, originali espressioni d’arte. Sesto di tredici fratelli Lino, Angelino è davvero troppo lungo, vive la campagna in ogni sua forma. Assapora il brivido di arrampicarsi fino alla cima di un albero perché lì e solo lì c’è un nido di uccelli; conosce gli animali; conosce i fiori, le piante; conosce anche il sapore amaro della povertà, quella che ti mortifica dentro perché non puoi farci niente, quella che ti mortifica fuori perché l’imbecille che ride di te è sempre dietro l’angolo e purtroppo nascosto, talvolta, dietro all’abito di chi, al contrario, dovrebbe amarti proprio per questo, perché proprio per questo sei un “beato”.

Eppure tutto è bello: l’amore infinito di una madre che è Natura perché dona tutto senza chiedere niente in cambio per sé, presenza discreta, testimonianza forte e concreta, modello e riferimento di tutta la vita. Eppure tutto è bello: la complicità con i fratelli, il rispetto per il padre. Eppure tutto è bello per quel bambino birichino, quel piccolo angelo che fa disperare le suore, che invece di andare a scuola segue come Pinocchio un’accattivante carovana che porta al paese dei balocchi. Ogni dettaglio catturato dai sensi iperattivi di Lino, ogni sapore, odore, puzza di quegli anni si deposita in qualche angolo di questo bambino; ogni immagine, sguardo, espressione di uomo o animale si nasconde nella sua memoria pronto a tornare quando, diventato grande, Lino Sanzeni apre quella porta dentro di sé e fa uscire una festa di ricordi, una festa mesta, discreta, perché Lino non è un arrogante, non sta al centro delle situazioni, e quando lo è suo malgrado forse vorrebbe scappare, come scappava da piccolo da scuola. Il primo a meravigliarsi, nel senso che si accorge della meraviglia, è proprio lui. Meravigliarsi di ogni giorno che passa, accogliere la vita come dono quotidiano e vivere con pazienza, coerenza, onestà e una forza infinita che si chiama dignità. Non è forse ciò che ci si aspetterebbe dallo stile di vita di un artista, ma gli stereotipi sulla stravaganza degli artisti non ci interessano: questa è la storia di un uomo raccontata semplicemente in un viaggio a ritroso che va alla ricerca delle radici, dei motivi e dei segni umani, che sono i momenti aurorali della creazione artistica. Nulla di straordinario, allora, nulla di eclatante, se non il miracolo della vita di ogni giorno, il miracolo di sentire dentro di sé un bisogno impellente e fisico di creare con le proprie mani vita, vita soltanto. Il miracolo di scoprire che ciò che è stato creato assume un’autonomia insperata; donato con generosità, diventa proprio di chi lo vorrà, strumento di non so cosa, che racconta, racconta a chi vuole ascoltare, racconta ciò che ognuno si sa narrare da sé.

Ha fatto il fabbro Lino; a 15 anni si è misurato col duro ferro ed ha scoperto che non era poi così duro, ma si piegava come un amico ad ogni richiesta di questo giovane che costruiva griglie, ringhiere, decorazioni per portoni, finestre, scale e balconi di mezza Brescia. Ma la città non è la campagna: l’impatto è duro. Le persone, quelle no, non sono tanto diverse, ma il paesaggio, gli odori e i colori sanno, talvolta, di malinconia. Lino è ancora quel birichino. Sono gli anni ’60, il tempo delle compagnie, dei gruppi musicali che nascono spontaneamente tra amici. Si ricordano ora con piacere i chilometri percorsi a piedi per conquistarsi le ragazze, le gite al lago e in montagna con poche, pochissime lire in tasca. E mentre tutto sembra bello, Lino si innamora della vita e di una ragazza, ma una grave malattia li separa presto. Da qualche parte questo dolore Lino l’ha messo, insieme agli altri ricordi, quelli più intimi, quelli solo suoi, che non può condividere con nessuno e che forse sono scappati dentro a qualcuna delle sue sculture, ma chi lo sa.

Lino va avanti: è uno che ama la vita. E’ il 1974. Si crea una famiglia, si sposa con Rosa, ha due bambine, Chiara e Roberta, e va a vivere a San Gallo in collina, con la moglie, le piccole e una gazza di nome Filippo. Questo strano membro della famiglia lo rende subito simpatico a tutti in paese tanto che quando la piccola corriera di San Gallo travolge Filippo, si assiste ad un accorrere di donne, eroine della tragedia greca prestate al teatro di strada. Ora che è un uomo, Lino deve pensare alla famiglia: abbandona il mestiere di fabbro per uno stipendio sicuro in fabbrica. In acciaieria ha una squadra di uomini che con lui fanno turni di notte, lavorano di domenica e trascorrono la maggior parte del tempo davanti all’acciaio liquido, rosso fuoco, della colata continua. L’acciaieria è l’inferno: da fuori è un mostro fumante fatto di lamiere, dentro è un girone dantesco, si lavora a temperature elevatissime e si respira fumo maledetto. C’è comunque lo spazio per creare rapporti umani, ma la vita non è questa, questo è il sacrificio per la vita. E se il sacrificio è così grande, la vita da vivere fuori di lì deve essere altrettanto grande nella sua bellezza e dolcezza. Ecco l’arte, ecco che cos’è l’arte per Lino Sanzeni: il bisogno di creare una “cosa buona”. Spontaneamente si aprono quelle porte rigonfie, perché dall’altra parte i ricordi spingono per uscire; spontaneamente le mani dell’abile fabbro si prestano a tagliare lamiera sottile e a saldarla insieme in una cantina di Botticino Sera, paese dove si è trasferito e vive con la famiglia anche ora. Una cantina di 8 metri quadrati, il primo laboratorio. C’è da sorridere nel ricordare le facce di alcuni dei suoi estimatori più convinti che a tutti i costi volevano visitare lo “studio” dell’artista: inutile dissimulare lo stupore, velato da un briciolo di delusione, quando si trovano in una comunissima cantina.

Spontaneità, sincerità e purezza d’ispirazione non bastano: serve la tecnica che traduca materialmente idee e sentimenti, serve la ricerca stilistica, serve la conoscenza e il contatto con gli altri artisti. E Lino lo sa. Ha un amico, Piero Aiardi, detto Misto, un pittore dal talento innato, un arrabbiato, uno che ha un solo amico, Lino, uno che però sapeva dipingere davvero. Con lui segue l’arte bresciana, le mostre, i concorsi; in silenzio non osa dire che anche lui vorrebbe essere, ma sì che lo è già, un artista. Piccoli passi, meravigliosi passi, lungo quella via del realismo che inizialmente Lino non abbandona mai. Sanzeni è uno di quelli del saper fare, a lui non passano in testa i grilli dell’astrattismo, che ammira sinceramente, ma non sente ancora proprio, ritenendolo piuttosto il punto d’arrivo di un percorso che lo vede solo all’inizio. Non avrebbe potuto fare diversamente, Lino è uno onesto. Solo quando il suo saper fare ha raggiunto l’essenza del suo saper essere, le opere di Lino perdono quella precisione artigianale per affidarsi al mondo delle idee e dei simboli.
Autodidatta, si guarda attorno un po’ sognatore, prova e riprova. Nel panorama dell’arte bresciana il suo modello di riferimento è lo scultore Vittorio Piotti, col quale instaura un’amicizia sincera che si basa sulla stima reciproca sia sul piano umano sia su quello artistico. Le prime opere, tutte in ferro, hanno come tema predominante il ricordo del mondo contadino: sono animali domestici – galline, maiali, cani, mucche – e poi uomini ritratti nella fatica quotidiana del lavoro nei campi. Non si tratta di imitazione della natura, ma di riprodurre il mondo della natura come esaltazione di un sentire, come sforzo per capire ciò che si annida, si agita, si esprime nella materia che assume forma e vita. Del resto ri-produrre significa creare nuovamente passando le immagini raccolte dall’ occhio attraverso il filtro analizzatore della fantasia che liberamente ricostruisce. E’ questa la molla che ha spinto Sanzeni a cercare di ridare vita a pezzi inerti ed alle scorie di fusione, ai ritagli delle trafilature ferrose che quotidianamente incontrava sul proprio lavoro, così da proporci delle “imitazioni” in ferro, ed altre leghe, della natura. (Così scriveva il critico Alberto Zaina negli anni ’80 interpretando fedelmente il primordiale bisogno d’arte di Sanzeni).

Nel 1984 tiene la sua prima mostra personale e da allora cominciano le partecipazioni a numerose esposizioni cittadine. Nel 1987 vince il suo primo concorso d’arte, dal 1990 trova una personalissima impronta stilistica nel binomio pietra-ferro, nell’unione di questi due materiali poveri che danno vita a nuovi soggetti.
Ed è solo a questo punto che avviene la presa di consapevolezza da parte di Lino del suo essere artista, un riconoscimento interiore, prima di tutto, che gli dona la libertà assoluta d’espressione e la sicurezza nel confronto con il pubblico e la critica. Ogni sua scultura nasce come incontro amoroso tra due figlie della terra guidato dalla mano gentile dell’artista: pietra e ferro nella loro differenza formano un unico corpo. Realtà, la pietra naturale, e immaginario, il ferro lavorato, oggettività e soggettività , non più in una sterile antitesi, sono libere di donarsi l’una all’altra. Come se corpo e anima finalmente, dopo anni di ricerca, nelle opere di Sanzeni avessero trovato il loro giusto equilibrio: religiosamente unite dall’alto, poiché l’incontro terreno delle due figlie della terra tende per sua natura intrinseca, più ancora che per sua volontà, all’assoluto, al trascendente. Un omaggio a Dio e al suo creato, alla natura in tutte le sue forme: il fiore, l’animale selvaggio e quello domestico; l’uomo, contadino, alpino, vagabondo, frate o cardinale che sia; la donna, madre e sorella; gli angeli e, infine, Dio che si fa uomo nella figura di Gesù crocefisso.

L’incontro con la piccola galleria «Ucai», Unione Cattolica Artisti Italiani, nel 1987 è per Lino un passo importante. Lì conosce il mondo dell’arte bresciano, tesse legami, incontra persone che gli staranno accanto in modo significativo nel corso del suo cammino artistico come Pino Avigo, l’anima dell’associazione di quegli anni. Di grande soddisfazione la mostra personale che si tiene nella sala di Vicolo San Zenone a Brescia nel 1999. Dopo una decina d’anni si intensificano le frequentazioni con l’associazione d’artisti bresciani «Martino Dolci» che ha sede in Via San Faustino, in città. Sanzeni è parte attiva e riconosciuta di quella brescianità che fa arte. Protagonista nelle manifestazioni artistiche cittadine come il «Premio Moretto», che lo vede per tre volte consecutive vincitore nella sezione scultura e arte sacra, Sanzeni è presente, sempre con una grande fruizione di pubblico, anche nei principali spazi espositivi della provincia bresciana (Arsenale di Iseo, Forno Fusorio di Tavernole sul Mella, Torre Avogadro di Lumezzane, Villa Glisenti di Villa Carcina, Antica Pieve di Urago Mella, Sala Civica di Piazza Flaminia a Sirmione, Spazio Arte Palumbo di Orzinuovi). Agli albori della sua produzione artistica, Sanzeni frequenta assiduamente il mondo dell’arte mantovano: al teatro Capi di Roncoferraro in occasione del concorso d’arte «Premio Mincio» riceve un riconoscimento speciale della Regione Lombardia; nel 2001 torna nella città dei Gonzaga per esporre al Salone Mantegnesco. Si susseguono poi le mostre a Pistoia, Milano, Trento.

Nel 2003 si avvia anche l’esperienza monumentale con la realizzazione di due opere di grandi dimensioni: l’omaggio a padre Massimiliano Kolbe, nel piazzale antistante la chiesa di Caionvico a lui intitolata, e il «Grande angelo», monumento ispirato ai valori alpini a cui Lino, in quanto penna nera, è particolarmente legato, posto all’entrata di Gardone Valtrompia. L’opera dal titolo «Prima della ferrovia», raffigurante lo sforzo dei buoi che trainano un blocco di marmo, è, invece, esposta al Museo del marmo di Botticino.
Nel 2007 un altro passo decisivo: il sogno di uno studio d’arte prende pian piano forma. Sanzeni ha finalmente il suo atelier, a San Gallo in località Faglia, casa nativa della moglie, immerso nel verde, circondato dalle colline, davanti al panorama mozzafiato delle cave di marmo di Botticino. La serenità di quel luogo, la compagnia e il consiglio della moglie Rosa apre una nuova stagione nel percorso artistico di Sanzeni. Nonno dei piccoli Emma e Sebastiano, dà vita a figure delicate come i cori di voci bianche, i fratellini e i chierichetti.
Nell’aprile del 2008 Lino espone di nuovo alla galleria «Ucai», una mostra personale dedicata alla fede nell’arte attraverso personaggi simbolo come il bresciano Papa Paolo VI, Papa Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII.
Narratore della quotidianità e del mito, del sacro e del profano, Sanzeni è oggi un artista affermato. Apprezzato dal pubblico, dalla critica e dai collezionisti, rende onore al suo nome: è un creatore di angeli, e non solo.